
I dati iniziano ad essere inquietanti ed a farne le spese sono quasi sempre lavoratori, costretti a lunghe e spesso infruttuose file per rifornirsi di carburante. La protesta davanti alla raffineria ENI di Taranto è giunta ieri al quarto giorno, con blocchi in uscita ed in entrata dall'impianto ed i numeri forniti dal sindacato di categoria Fi.Ge.Ca. destano preoccupazione.
In tutta la Puglia sono sette su dieci i distributori di benzina rimasti ormai a secco nella giornata di giovedì 15 ottobre e la situazione potrebbe peggiorare nel fine settimana. Un stato di agitazione che continuerà con ogni probabilità e che sta mettendo in ginocchio automobilisti e lavoratori. Ne avremo - è quanto trapela dal fronte della protesta - almeno sino al 21 ottobre.
Intanto nelle scorse ore ENI ha reso noto che su 270 impianti di distribuzione sparsi sul territorio regionale, 150 erano già a secco nella mattinata del 15 ottobre ed altri 50 potrebbero finire benzina e gasolio nella giornata odierna. I blocchi autostradali degli autotrasportatori a Candela, inoltre, proprio per il caro-carburante, impedisce di raggiungere la Puglia da Campania ed Abruzzo.
Un fronte in cui il passaparola è stato necessario ed è quasi dichiarato e che potrebbe avere anche una regia politica. Di fatto il primo effetto su tutta la filiera della distribuzione agroalimentare è quello degli scaffali che in alcuni mercati e supermercati iniziano ad essere vuoti.
La disperazione degli operai ILVA di Taranto e la solidarietà dell'indotto, in attesa che la Cassazione si pronunci sulla chiusura degli impianti, ha innescato un effetto a catena che di fatto potrebbe paralizzare la Puglia ancora per una settimana. Ed in quel caso difficile che la solidarietà degli automobilisti, sin qui convinti che si protesti per il caro-carburante e male informati, continui ad essere tale.
Il rischio è di una lotta tra poveri che danneggerà gli uni e gli altri. Le prossime ore potrebbero essere decisive per lo sblocco della situazione.

