
«Titolo del c***o». «Giornalai». «Imbarazzanti». «Pennivendoli». «Testata di parte». Sono soltanto alcuni dei commenti scritti sotto l'articolo pubblicato da MolfettaViva all'indomani delle elezioni comunali, intitolato: "Manuel Minervini, un sindaco comunista a Molfetta".
Un approfondimento politico, a firma del collega giornalista Nicola Miccione, pubblicato poche ore dopo la conclusione dello spoglio elettorale, che raccontava un dato oggettivo e una storia politica altrettanto oggettiva: il nuovo sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, proviene da Rifondazione Comunista, formazione che è risultata anche la lista più votata all'interno della coalizione progressista che ha conquistato la vittoria.
Un fatto. Una notizia. Un elemento politico che caratterizza il profilo del neo sindaco e che, come tale, meritava di essere raccontato.
Eppure, dalla pubblicazione dell'articolo, il collega autore del pezzo e l'intera redazione sono stati travolti da una valanga di commenti offensivi.
C'è chi ha scritto: «Ma che titolo del c***o». Chi ci ha definiti peggio di un «giornaletto scolastico». Chi ha etichettato la nostra testata «imbarazzante». Chi ha accusato il giornalista di essere un «pennivendolo». Chi ha insinuato l'esistenza di presunte direttive politiche. Chi ha sostenuto che MolfettaViva avrebbe perso la propria dignità professionale.
Accuse pesanti. Ingiuste. Soprattutto rivolte a persone che svolgono il proprio lavoro quotidianamente, mettendoci nome, cognome, faccia e responsabilità.
Vale la pena ricordare che quel titolo non rappresentava né un'offesa né una critica politica. Anzi.
Lo stesso concetto è stato successivamente ripreso da altre testate giornalistiche, compresa la Gazzetta del Mezzogiorno, che ha utilizzato una formulazione molto simile ("Minervini, un comunista sarà sindaco di Molfetta"). Ancora più significativo è il fatto che la stessa Rifondazione Comunista abbia celebrato il risultato elettorale parlando apertamente di "sindaco comunista" sul profilo ufficiale Instagram.
E allora sorge spontanea una domanda: davvero quei commenti erano rivolti al contenuto dell'articolo? Oppure molti di coloro che hanno reagito con rabbia non hanno neppure aperto il pezzo, fermandosi esclusivamente all'interpretazione personale di un titolo? Noi propendiamo per la seconda ipotesi.
Perché leggendo l'articolo emerge chiaramente come si trattasse di un approfondimento dedicato alla storia politica di Manuel Minervini, al suo percorso militante, alla sua esperienza all'interno di Rifondazione Comunista e al significato politico della sua elezione.
Nessuna offesa. Nessuna delegittimazione. Nessun giudizio di valore. Solo giornalismo.
La cosa che più colpisce non è la critica. Le critiche fanno parte del nostro lavoro e continueranno sempre ad esserci, anzi ci piace accoglierle se fatte a modo, se costruttive e genuine.
A colpire è il livello di aggressività: quell'estrema e superficiale facilità con cui si passa dal dissenso all'insulto, alla diffamazione. La leggerezza con cui si mette in discussione la professionalità di un'intera redazione che da anni racconta la città garantendo spazio a tutte le forze politiche, a maggioranza e opposizione, senza appartenenze e senza padrini.
Avremmo potuto reagire diversamente. Avremmo potuto, e possiamo ancora farlo, tutelare la reputazione della testata nelle sedi opportune, sporgendo querela per diffamazione ai numerosi commenti d'odio.
Non lo abbiamo fatto. Non perché quelle parole non abbiano ferito. Lo hanno fatto.
Non perché non abbiano arrecato danno. Lo hanno arrecato.
Ma perché vogliamo credere che dietro molti di quei messaggi ci sia stata soprattutto una lettura frettolosa, una reazione impulsiva, un'incomprensione alimentata dal clima di esasperazione che ha accompagnato la recente campagna elettorale.
Per questo preferiamo utilizzare questo spazio mettendo da parte per ora gli strumenti legali, ma invitando alla riflessione.
Ogni commento pubblicato online ha conseguenze. Dietro una testata giornalistica non ci sono loghi, algoritmi o sigle astratte. Ci sono professionisti, collaboratori, famiglie, persone che dedicano tempo, energie e passione a raccontare quotidianamente ciò che accade nella propria comunità.
Tra i primi a comprendere il senso dell'articolo c'è stato proprio il neo sindaco Manuel Minervini, che è stato tra i primi a ringraziarci, con una telefonata al nostro collega, per l'approfondimento a lui dedicato, alla sua storia politica, alla sua passione politica.
Ci auguriamo che questo episodio possa rappresentare un momento di riflessione collettiva.
Perché il vero problema non è un titolo. Il vero problema è il clima di ostilità che troppo spesso trasforma il confronto democratico in una gara all'insulto.
Una città cresce quando sa discutere, quando sa esprimere una critica sana. Ma anche quando sa riconoscere il valore del lavoro altrui e il rispetto dovuto alle persone.
La campagna elettorale è finita. Forse è arrivato il momento di archiviare anche il linguaggio dell'odio.
È questo il nostro auspicio. Per il bene dell'informazione, del dibattito pubblico. E, soprattutto, per il bene di Molfetta.

